Polonghera festeggia i 30 anni di attività del fiorista Massimo Piola

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In un’intervista, il fiorista di Polonghera Massimo Piola ripercorre la sua carriera, tra emozioni e cambiamenti.

Massimo Piola

Polonghera ha celebrato il fiorista Massimo Piola per i suoi 30 anni di attività. Una festa partecipata, con tanti cittadini e clienti che negli anni sono diventati qualcosa di più: volti familiari, relazioni costruite giorno dopo giorno. Un traguardo che racconta non solo un percorso professionale, ma anche un legame profondo con la comunità.

Sono passati 30 anni dall’inizio della sua attività: cosa ricorda di quel primo giorno nel 1996?
A distanza di 30 anni, ricordo molto bene il primo giorno, tutta l’emozione che sentivo nell’essere entrato dentro a questo mondo che avevo sempre sognato.

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Com’è cambiato il mestiere del fiorista da allora a oggi?
Di cambiamenti ce ne sono stati molti. È cambiato proprio il modo di fare il fiorista: in quegli anni c’era un lavoro quasi più di routine, oggi invece il fiorista deve dedicare molto più tempo alla preparazione dei vari progetti di allestimento, perché il cliente ha un altro tipo di approccio. Tutti gli eventi richiedono una grandissima cura, con molta più attenzione in ogni singolo aspetto.

Cosa significa per lei lavorare in un paese come Polonghera e avere un rapporto così diretto con la comunità?
Lavorare in un piccolo paese per me è un valore aggiunto, perché si ha un rapporto decisamente più profondo con il cliente. Non è un cliente di passaggio, ma una persona abituale e fidelizzata. Per certi versi è anche più difficile, perché devi sempre cercare di soddisfarlo, ma dall’altra parte c’è un rapporto molto più umano, cosa che nelle grandi città purtroppo non è sempre una costante.

Si sente più artigiano, commerciante o artista?
Personalmente non mi sento una sola di queste figure, ma l’unione di tutte e tre. Il nostro lavoro oggi non è più solo vendere fiori: c’è tutta la sfera emozionale. Il più delle volte vendi emozioni, devi essere in grado di interpretare i segnali che il cliente ti dà e trasformarli in un omaggio floreale o in un allestimento. È un lavoro sempre più legato alla parte emozionale e meno a quella puramente commerciale.

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Che effetto le ha fatto vedere così tante persone festeggiare con lei per questo traguardo?
Vedere così tante persone alla festa è stato fonte di enorme piacere, perché significa che in tutti questi anni sono stato in grado di interpretare i loro desideri e trasformarli in un omaggio floreale, per sé o per gli altri. È stata una grande emozione.

Com’è lavorare sui matrimoni rispetto al lavoro quotidiano in negozio? Quale preferisce di più?
Il lavoro di allestimento è molto diverso da quello in negozio. In negozio serve equilibrio tra i clienti, soprattutto quando ce ne sono molti in attesa: bisogna lavorare bene ma anche velocemente, senza scontentare nessuno. I matrimoni invece richiedono una cura molto più dettagliata, perché quella giornata è dedicata interamente a una coppia e bisogna considerare ogni aspetto.
Mi piacciono entrambi: cerco sempre di dedicare tutto me stesso al cliente. Nei matrimoni, oltre alla parte tecnica e organizzativa, c’è una forte componente emozionale: non è solo allestimento, ma l’insieme di emozioni che si riesce a trasmettere agli sposi e agli invitati.

Guardando al futuro, come vede il suo lavoro e che consiglio darebbe a un giovane che vuole fare il fiorista?
È una domanda un po’ delicata: è un lavoro che sicuramente non può essere sostituito dalle macchine, ma vedo che nelle nuove generazioni è un po’ calato l’interesse per questo settore. A chi vuole intraprendere questa strada consiglio di farlo e di tenere duro, ma soprattutto di formarsi: fare corsi, informarsi, viaggiare e prendere spunti.
Serve una preparazione solida per affrontare un mercato sempre più esigente. Il cliente è cambiato, vuole essere seguito con attenzione e desidera che tutto sia perfetto. È fondamentale anche imparare a leggere i bisogni e i desideri delle persone: dobbiamo essere noi in grado di capirli.

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