L’artista vinovese Floriana Porta racconta a “Il Carmagnolese” la sua poetica fatta di acquerelli, memoria geologica, figure femminili sacre e un blu spirituale che unisce fossili, mare antico e immaginazione.

Intervista all’artista vinovese Floriana Porta, che spiega il suo rapporto con l’arte e le sue opere su natura, fossili e femminilità, in mostra fino al 28 settembre al Museo Paleontologico dell’Astigiano.
In questa mostra emerge la sua passione per i fossili, che si lega alla sua attività di poetessa e pittrice: da dove nasce questa passione?
“Da adolescente ho studiato al liceo artistico Cottini, dove ho imparato le tecniche principali del disegno ma soprattutto dell’acquerello: quasi tutte le mie opere sono in acquerello, perché se si prova a replicare un’opera in acquerello, non si riuscirà mai a rifarla esattamente per com’è, è unica e inestimabile. La passione per i fossili mi è stata trasmessa da mio papà: lui si occupava di illustrazioni, in passato ha realizzato disegni a china dei fossili dell’astigiano. Io non ho avuto il suo talento come disegnatore tecnico, ma posso dire di aver ricevuto il dono della creatività. In questa mostra ho pensato al rapporto che lega i fossili alla terra, intesa come stratificazione del suolo, frammento su frammento. Questi orizzonti minerali primordiali offrono un immenso tesoro sotto i nostri piedi, che custodiscono le più antiche testimonianze biologiche”.
La femminilità è un tema centrale nel suo lavoro: come si intreccia con i fossili e la natura?
“Io penso che non ci sia figura più adatta a rappresentare la natura e la sua sacralità della donna. Fin da bambina la raffiguro e la modifico, trasformandola: non dipingo mai una donna identica a com’è nella realtà, la rendo più “mia” in modo onirico e poetico, per darle un altro significato. All’interno del museo c’è un mio dipinto permanente di una donna circondata di blu che contiene un rinoceronte e un mastodonte. Credo si leghi alla natura per le raffigurazioni della roccia madre e del corpo della terra: fragili e tenaci. Quella roccia, quel corpo diventa un grembo, un ventre materno che accoglie la vita, la protegge, la custodisce e la nutre. Nelle mie pennellate ne risveglio l’energia, il respiro, la purezza, la bellezza segreta, sedimentaria. Ascolto ciò che le accade dentro”.
Nelle opere esposte in questa mostra è molto presente il colore blu: che legame ha con questo colore?
“Il blu è sempre stato un colore che mi ha affascinato, rappresenta la meditazione ed è per me il colore della spiritualità, mi dà gioia. Credo che la mia “passione” per il colore blu sia nata nel momento in cui Sara Durantini mi chiese di realizzare un ritratto per la copertina del suo libro su Annie Ernaux. Io non nasco come ritrattista… come ti ho detto io trasformo la donna, ma la richiesta mi ha incuriosito, l’ho presa come una sfida a me stessa. Ho provato a riprodurre lo stesso azzurro glaciale dei suoi occhi, che hanno dato vita a uno sguardo magnetico che non dimenticherò mai: questo sguardo mi ha fatto scattare l’impressione sul blu, che è diventato quasi “sacro” per me. Il blu si lega al Mare Padano, che non esiste nella realtà ma esiste grazie alle sue testimonianze di delfini, squali e capidogli: il museo è ricco di queste riproduzioni e di opere a loro dedicate”.
La mostra ha una colonna sonora originale: che rapporto c’è tra le tue opere e il brano di Gae Capitano?
“Quando sono andata a fare un sopralluogo al museo, nella stanza con le mie opere c’era una melodia legata alle profondità marine, il canto delle balene. Ho chiesto all’artista Gae Capitano di trasformare una delle mie poesie in una canzone. Così è nato il brano “Balene perdute nel tempo” da ascoltare durante la visita della mostra. Credo abbia fatto un lavoro fantastico in grado di restituire a pieno il senso della mostra, trasmette quel senso di pace e calma che spero di far provare a chi osserva le mie opere”
Cosa spera che il pubblico porti con sé dopo aver visitato la sua mostra?
Innanzitutto, vorrei portare questa mostra oltre i confini piemontesi e, se devo pensare in grande, anche italiani. Vorrei trasmettere l’interesse per il territorio astigiano e suscitare un po’ di curiosità nell’andare a toccare con mano i fossili ed esplorare il territorio, fare esperienza del patrimonio italiano. I musei non devono essere considerati come uno scrigno di tesori inaccessibile: bisogna diffondere i tesori che contengono il più possibile anche alle nuove generazioni. Si deve fare in modo che le finestre dei musei si aprano e che arrivi la luce in essi… luce che può arrivare solo grazie alle anime, agli spiriti. Solo abbandonandosi completamente all’immaginazione, quel dialogo di luce fra materia e corpo, non si estinguerà mai.















































