La Serie A cerca il gol perduto e il problema comincia già a pesare troppo

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serie a golLa Serie A ha sempre costruito parte del suo prestigio sulla tattica, sulle difese ben organizzate, sulle partite chiuse e su quella tensione così italiana in cui ogni azione della squadra sembra avere un valore enorme.

Tuttavia questo ha generato sul lungo periodo un dilemma: quello della perdita della spettacolarità. Una cosa è conservare un’identità competitiva riconoscibile e un’altra invece è trasformare il gioco in un qualcosa di talmente difensivo da vedere, pian piano, i gol scomparire fino a trasformare il campionato in uno dei meno produttivi dell’intero ecosistema europeo.

Una grande lega con numeri troppo piccoli

Il dato che attira maggiormente l’attenzione, sia per il tifoso sia per chi cerca le partite più interessanti da analizzare, è la media gol. La Serie A si muove intorno ai 2,43 gol a partita, una cifra che la colloca nella parte più bassa tra i principali tornei europei, persino dietro a competizioni che, sulla carta, hanno meno attenzione internazionale o meno richiamo mediatico.

Il confronto risulta scomodo perché il problema non emerge soltanto guardando alla Champions League, dove il ritmo, la qualità offensiva e la natura di molte partite portano la media a cifre molto più spettacolari. Risulta evidente anche osservando ciò che accade in altri campionati nazionali: la Bundesliga supera chiaramente i tre gol a incontro, mentre Ligue 1, Premier League e LaLiga presentano ancora medie più alte.

Persino alcune seconde divisioni europee, come la Serie B italiana, la Championship inglese o la Ligue 2 francese, vedono partite con più gol in media rispetto la massima categoria del calcio italiano: non un bel vedere, diciamocelo.

Il problema non è di una sola squadra

Sarebbe facile indicare due o tre attaccanti in un momento negativo, parlare di infortuni, di partenze importanti o di rose meno brillanti, ma la sensazione è che il problema abbia una dimensione molto più ampia e che sia di carattere sistemico.

All’altezza della 28ª giornata, la Serie A aveva accumulato 683 gol, 62 in meno rispetto alla stagione precedente nello stesso periodo e, ancora peggio, molti meno rispetto a campagne recenti in cui la produzione offensiva era decisamente più alta.

Questo calo, inoltre, non riguarda un unico profilo di squadra.
L’Atalanta, abituata per anni a funzionare come una macchina offensiva, si è riadattata per risultare meno incisiva negli attacchi; anche la Lazio, altra squadra a carattere offensivo, ha visto il numero di gol scendere decisamente mentre Parma, Fiorentina, Bologna, Roma o Napoli hanno visto diminuire il loro volume realizzativo rispetto alla stagione precedente.

In alcuni casi possono esserci spiegazioni concrete, come cessioni, assenze, cambi di ciclo o aggiustamenti tattici, ma quando la tendenza si ripete in così tante squadre diventa difficile considerarla una semplice coincidenza e si inizia a parlare di modifiche all’intero sistema calcio.

Anche gli attaccanti sono sotto osservazione

Un altro dettaglio che aiuta a comprendere questa siccità realizzativa, osservata anche nelle scommesse sulla Serie A, è il rendimento individuale degli attaccanti. A questo punto del campionato solo Lautaro Martínez ha superato la barriera dei dieci gol, un dato significativo se confrontato con la stagione precedente, quando diversi calciatori avevano già raggiunto o superato quella cifra.

L’assenza di grandi giocatori in attacco realizzative pesa molto nella narrativa di un campionato: quando mancano attaccanti in stato di grazia, mancano partite che si sbloccano da sole o mancano figure capaci di trasformare mezza occasione in gol, in generale lo sport diventa meno godibile. Alcuni attaccanti hanno peggiorato le loro prestazioni in campo, altri se ne sono andati o semplicemente si sono dimostrati discontinui rispetto gli anni passati.

Il risultato, in ogni caso, finisce per essere lo stesso: meno protagonisti capaci di sostenere lo spettacolo.

Anche lo spettacolo conta

Arriviamo quindi all’elefante nella stanza: il vecchio luogo comune dice che gli attacchi vendono biglietti e le difese vincono campionati, ma il calcio moderno vive anche di audience, clip, emozione, consumo internazionale e grandi notti che restano nella memoria per anni.

La questione, in fondo, va ben oltre la semplice statistica. Una lega che produce meno gol non è automaticamente una lega peggiore dal punto di vista tecnico, ma è sicuramente una lega meno vendibile, meno virale, meno capace di generare quei momenti che attraversano i confini nazionali e diventano patrimonio comune del calcio mondiale.

Il problema è che il mercato dell’attenzione non aspetta: mentre la Serie A arranca su medie offensive che la collocano tra le più basse d’Europa, altre competizioni investono su campionati più aperti, su stadi più pieni, su un prodotto televisivo costruito attorno all’emozione del gol. La Premier League ha trasformato la propria irregolarità tattica in un punto di forza commerciale, la Bundesliga ha fatto della verticalità e dello spettacolo una firma riconoscibile.

La Serie A, invece, sembra ancora incerta su cosa voglia essere quando smette di essere difensiva; recuperare la produzione offensiva non è solo una questione di moduli o di mercato: è una scelta di visione.