Il Consiglio regionale del Piemonte promuove il neologismo “Atèfano”, per dare un nome ai genitori che perdono un figlio. Tra i sostenitori anche il carmagnolese Franco Zanet, autore del libro “Noi che non abbiamo nome”.

Come si definisce un genitore che sopravvive alla morte di un figlio? In italiano non esiste ancora una parola che descriva questa condizione. Per colmare questo vuoto linguistico e simbolico, il Consiglio regionale del Piemonte ha presentato un ordine del giorno che sostiene la diffusione del neologismo “atèfano”, termine che significa letteralmente “colui che è privato del proprio figlio”, con l’auspicio che possa un giorno essere accolto anche dall’Accademia della Crusca.
L’iniziativa, già avviata dalla Regione Liguria, nasce dalla proposta dell’Associazione “Rachele Franchelli – Uno Sguardo Senza Confini”, fondata dalla famiglia della sedicenne scomparsa nel 2024 a causa di un tumore cerebrale. L’obiettivo è dare un nome a una condizione che, a differenza di “orfano” o “vedovo”, è rimasta finora priva di una definizione nella lingua italiana.

«Abbiamo voluto dare attenzione a una categoria colpita da uno dei più grandi dolori che si possano immaginare, con un atto concreto che riconosce e dà un nome a quel dolore», ha dichiarato il presidente del Consiglio regionale, Davide Nicco.
Per il vicepresidente Francesco Graglia, primo firmatario dell’ordine del giorno, «dare un nome alle persone che hanno vissuto questo evento traumatico significa renderle visibili, con l’obiettivo finale di garantire loro delle tutele».
Tra le persone coinvolte nel progetto c’è anche Franco Zanet, ex dirigente scolastico ed ex vicesindaco di Carmagnola, autore del romanzo “Noi che non abbiamo nome”, volume nato dall’elaborazione del dolore per la perdita del figlio Alessandro, scomparso nel 2016.
Proprio Zanet ha accolto con favore la proposta del neologismo, definendola «un’iniziativa importante, che riconosce un’identità al nostro vuoto».
In un recente intervento, inoltre, l’ex preside ha riflettuto sul significato profondo della nuova parola: «La lingua italiana aveva un nome per chi perde un coniuge, per chi perde i genitori, ma non per chi perde un figlio. Le cose che non hanno un nome rischiano di diventare invisibili. Sapere che oggi quel dolore può essere chiamato “atèfano” significa dire a chi lo vive: non sei solo, il tuo dolore esiste e la Comunità lo riconosce».
L’ordine del giorno sarà discusso nelle prossime sedute del Consiglio regionale. L’auspicio dei promotori è che il termine possa progressivamente diffondersi nell’uso comune e, in futuro, trovare spazio anche nel vocabolario della lingua italiana, offrendo finalmente un nome a una delle esperienze più dolorose che una persona possa vivere.













































