Da Carignano al Perù, famiglia in missione con l’Operazione Mato Grosso

1869

Intervista a Gabriele (Maffu) e Valentina (Vale), una coppia che è partita da Carignano con i due figli per svolgere una missione di qualche mese in Perù con l’Operazione Mato Grosso.

operazione mato grosso
Da Carignano al Perù: la famiglia carignanese Maffucci-Bertoni in missione

Gabriele Maffucci e Valentina Bertoni sono una coppia di Carignano che ha deciso di attraversare l’oceano con i due figli per recarsi in Perù dove, al momento, svolge una missione che si inserisce nel movimento di volontariato “Operazione Mato Grosso”. “Il Carmagnolese” li ha intervistati.

Chi siete?

Siamo Gabriele Maffucci e Valentina Bertoni, ma siamo spesso conosciuti come Maffu e Vale. Abbiamo sempre avuto il sogno di aiutare gli altri ed è proprio questo nostro desiderio che ci ha fatto incontrare nel 2014, proprio in Perù. Al tempo, eravamo entrambi in missione, Valentina a Lima e Gabriele a Chimbote. Siamo tornati in Italia due anni dopo, ci siamo sposati e siamo andati a vivere a Carignano, paese originario di Vale. Nel 2017 siamo diventati genitori per la prima volta: alla nascita di Francesco, è seguita quella di Davide nel 2019. Nella nostra quotidianità in Italia, Maffu lavora in erboristeria, mentre Valentina trascorre il tempo con i due bambini e, sovente, svolge la professione di baby-sitter. Adesso, invece, siamo in missione a Jangas, in Perù, con l’Operazione Mato Grosso. 

Che cos’è l’Operazione Mato Grosso? 

L’Operazione Mato Grosso è un movimento di volontariato che nasce alla fine degli anni ’70 grazie a don Ugo De Censi, che ne diventerà la guida, e i due padri Luigi e Pedro Melesi. Nel 1967, alcuni ragazzi dell’organizzazione nascente partono alla volta della città brasiliana Poxoreo in cui costruiscono un centro giovanile. Alcuni decidono di restare in Sud America; gli altri tornano in Italia e iniziano a svolgere alcune attività, come lavori di sgombero cantine e di imbiancatura, per poter finanziare le missioni. Con il passare degli anni, il numero dei progetti cresce e coinvolge anche altri Paesi come l’Ecuador, il Perù e la Bolivia. Ad oggi, nel nostro Paese l’Operazione Mato Grosso conta almeno un centinaio di gruppi in diverse città. Sicuramente, questo movimento non risolve il problema della povertà, condizione molto presente in questi Stati, ma è sicuramente un grande aiuto perché offre occasioni di studio e di lavoro.

Gli scatti di Tarallo Giovando raccontano Rio de Janeiro

In che cosa consiste la missione a cui avete preso parte?

Con questa missione, prestiamo servizio nella cooperativa “Artesanos Don Bosco” che fabbrica mobili e sculture di legno e statue in pietra. Siamo quasi cinquanta, tra artisti, scultori e professioni simili. La richiesta di prodotti è alta tanto che le nostre opere sono vendute non solo in Perù, ma anche in Italia e negli Stati Uniti: cavalchiamo l’onda di economia in questo settore, dedicandoci a lavori artistici. Ad esempio, la statuetta in legno di San Giuseppe che il Papa ha baciato quando ha dedicato l’anno al santo è stata realizzata qui, da un ragazzo campesino che ha studiato nelle nostre scuole ed è diventato falegname. A questi giovani viene data l’opportunità di studiare e lavorare in un settore attinente: se possiedono doti artistiche vengono impiegati nella realizzazione di articoli più complessi; in caso contrario fabbricano mobili più semplici. Un altro aspetto positivo oltre al lavoro garantito, è la possibilità per i ragazzi di rimanere a vivere nel proprio luogo di nascita, dedicandosi completamente alla eventuale famiglia e senza avere le preoccupazioni di un imprenditore. Ovviamente, lo studio nelle scuole dell’Operazione Mato Grosso non preclude la possibilità di spostarsi e di aprire la propria attività.

Da Carignano al Perù: una famiglia carignanese in missione con l’Operazione Mato Grosso
Qual è la situazione sanitaria in Perù con il Covid-19?

Siamo nel pieno della seconda ondata e non si ha una reale conoscenza del numero effettivo di persone malate. Al contrario dell’Italia, infatti, i tamponi molecolari hanno un costo molto elevato, risultando così inaccessibili a gran parte della popolazione, e vi è solo un solo istituto che analizza i risultati. A circolare maggiormente sono i test rapidi anche se, come si sa, non sono affidabili al 100%. Inoltre, anche gli strumenti per curare i malati sono pochi: questa scarsità rende particolarmente alto il prezzo dei trattamenti e, in particolar modo dell’ossigeno. Se ci si ammala, si spera sempre di avere sintomi lievi, come è capitato a noi quando abbiamo contratto il Covid-19, o di avere ingenti quantità di denaro per potersi permettere le cure.

Che impatto ha avuto il Covid-19 a livello sociale?

Ad essere colpite sono state maggiormente le classi medie e basse a causa del forte incremento della povertà e della disoccupazione. I bonus sociali, infatti, sono stati distribuiti solo nel primo periodo e non hanno comunque coperto le richieste. Ad esempio, non passa giorno che in parrocchia, luogo in cui lavora Valentina, arrivano persone a chiedere viveri, posti di lavoro o baratti, come cibo in cambio di erbe. Inoltre, si è assistito allo svuotamento della città: le persone, che fino all’anno scorso, puntavano a vivere nei grandi centri abitati, a oggi tornano in campagna, camminando per giorni e giorni. Nei campi, la vita è un po’ più semplice e un pezzo di terra, anche se piccolo, assicura con più probabilità di portare il cibo sulla tavola.

Il Covid-19 ha intaccato lo svolgimento regolare della missione?

Prima di questa esperienza, abbiamo avuto entrambi due missioni alle spalle: Gabriele in Bolivia e in Perù e Valentina in Brasile e in Perù, per un totale rispettivamente di quattro e tre anni. Facendo un confronto con il passato, abbiamo potuto constatare che il Covid-19 ha cambiato il modo di lavorare, che è diventato più limitato e limitante. Infatti, si cerca sempre di aiutare il prossimo, ma non è più possibile trascorrere il tempo con le persone, che era la parte più bella dell’intero viaggio. Nonostante questo, facciamo tutto il possibile per riuscire a stare vicino a chi si trova in difficoltà. 

Quali sono le differenze che più vi sorprendono a livello culturale?

Le differenze culturali sono molte: la più evidente è sicuramente lo stile di vita. In Perù domina la semplicità tipica dell’Italia rurale del secolo scorso: Gabriele, per esempio, lo associa al modo di vivere dei nonni in Brianza che gli è stato raccontato dal padre. Negli ultimi anni, televisione e cellulare hanno appiattito le vecchie tradizioni, ma il forte attaccamento alla terra e lo spirito di comunità sono elementi che restano.

Da Carignano al Perù: una famiglia carignanese in missione con l’Operazione Mato Grosso
Che cosa vi sta insegnando questa esperienza?

Questo progetto ci offre l’opportunità di avere una visione del mondo differente. Stare a stretto contatto con la povertà, per esempio, insegna che chi ha fame ha la priorità di dare da mangiare a se stesso e al resto della famiglia. Questo, ovviamente, non significa minimizzare la gravità del Covid-19 e comportarsi in modo irresponsabile: permette tuttavia di comprendere come la carità abbia un ruolo cruciale in una situazione simile. La missione è un mezzo per riflettere e da cui si impara a dare più importanza a ciò che è realmente importante nella vita: siamo una coppia che ogni giorno impara a volersi bene e ad amarsi e uno dei nostri obiettivi è trasmettere ai nostri figli questo messaggio

Quando tornerete in Italia? 

Il volo di ritorno è stato prenotato per la fine del mese di agosto. Bisogna però dire che lasciare questo posto è difficile. Di solito i giovani restano in missione sei mesi: padre Ugo, infatti, sosteneva che questa è la durata giusta per legarsi alle cose, farsi commuovere e tornare a casa con la voglia di ripartire in missione. Ciò non significa che tutti rivivono necessariamente un’esperienza simile: questo desiderio però ti insegna a vivere in Italia in un modo diverso. 

C’è un messaggio in particolare che volete lasciare?

Pensiamo che nella vita sia importante imporsi delle priorità e che valga la pena rischiare un po’ per aiutare gli altri, anche se il salto può intimorire. Quando abbiamo comunicato il nostro desiderio di partire in questo periodo di emergenza sanitaria, molte erano le persone titubanti sulla nostra scelta: siamo stati spinti tuttavia dalla consapevolezza di poter fare del bene e non ci siamo pentiti della nostra decisione. Stiamo vivendo una bella esperienza con persone magnifiche, che ci stanno aiutando a percorrere il nostro cammino di crescita personale.  

13 Grados Sur, un documentario sulle sfide ambientali nelle Ande del Perù